Giorgio Griffa

IL PERCHÉ È ANTROPOMORFICO. IL COME NON LO È. 
(Paul Valéry)

«Il perché è antropomorfico. Il come non lo è». Con sue parole, che la mia provvida ignoranza ha scoperto solo di recente sebbene siano del 1913, chiamo Paul Valéry ad introdurmi in quel suo straordinario spessore che riduce a pallidi slogans le frasi con cui in alcune occasioni ho tentato di presentarmi: io non rappresento nulla, io dipingo (Galleria Godel, 1972), e continuo a fare per immagini (Galleria Lorenzelli, 1978), Le ninfe sono partite (Samangallery, 1980), come luogo delle relazioni (Galleria Annemarie Verna 1981), 30.000 anni di memoria (Galleria L'Isola, 1984), come a fresco (Galleria Lorenzelli, 1985), lieve replicante (Galleria dei Banchi Nuovi, 1987), punto linea e acqua (Galleria Nuova 2000, 1988).
Il nostro pensiero pare scegliere un criterio di pertinenza per cui, lasciata alla religione la sua legittima area del perché, abbandonata o perduta la scommessa della metafisica, si addentra nel fascinoso spazio del come, dei modi e delle relazioni.
Le matematiche hanno reso labile il principio di causalità. II sillogismo, sfrattato dalle stanze della certezza, si è rifugiato in quelle del possibile. La illusione di definire il mondo, o di rappresentarlo, ha ceduto il passo a quella di ricominciare a conoscerlo, per linee interne piuttosto che per precetti generali.
Le stesse correnti figurative hanno da tempo diluito le referenze antropomorfe.
E il sublime si rivela annidiato all'interno dei nostri gesti quotidiani.
Credo che la pittura abbia conquistato il diritto di essere riguardata da questo punto di vista, un po' meno chiassoso dei baracconi neoavanguardisti.
Quanto a me, col passare degli anni la sensazione giovanile di avere innanzi un tempo infinito ha lasciato il posto alla sorpresa che abbiamo un tempo brevissimo.
Ne è venuta una certa urgenza a ricomporre il discorso delle relazioni in una dimensione più attenta alle radici di cui mi nutro.

Ed anche qui la voce di Valéry mi toglie d'imbarazzo:
«Imparare a parlare significa imparare a svincolare i sensi delle parole, dalle epoche in cui le si è apprese - significa dimenticare la maggior parte delle relazioni di allora. Senza oblio, si è soltanto un pappagallo».
Per i figli dell'illuminismo l'oblio è una pecca molto grave; non è lecito dimenticare, sintomo di pensiero fragile.
Spostata l'attenzione sui meccanismi della mente, il discorso si rovescia.
L'oblio;  le contaminazioni che ne derivano, diviene uno dei possibili veicoli della creatività. Le radici romaniche si intrecciano con quelle classiche, i sensi originari si svincolano e la pianta produce un frutto nuovo.
Nel mio caso fra le tante vi sono due memorie che convivono in pace, benché contrarie per la storia, la antica mediterranea pittura d'acqua sulla calce e Matisse.
Oblio di Matisse. Oblio del fresco.
L'oblio è un luogo della memoria, purché si abbia qualcosa da dimenticare.
Giorgio Griffa

(cat. Galleria Turchetto, Milano, 1990)