M A I N O L F I

 


MDLXIV 1976

matita, china, inchiostro tipografico su carta pergamena
99 fogli, ciascuno 29,7 x 37,8 cm firmato e datato "L. Mainolfi 76" 


Il titolo è desunto dalla data di morte di Michelangelo Buonarroti, con una significativa presa di posizione sul senso che dovrà essere attribuito al lavoro grafico, soprattutto come prefigurazione del futuro. È l'epifania della scultura: siamo di fronte al diario personale - secondo un "discorso disegnato" di appropriazione tecnica e mentale della scultura da parte di un artista formatosi in pittura. L'elenco degli strumenti e dei materiali necessari al.la sua realizzazione compare sul primo foglio. Pagina dopo pagina, disegno e parola mettono a fuoco il processo di presa di coscienza della scultura, che avviene tramite la realizzazione di un autoritratto in piedi in scala naturale, in gesso e poi in cera, del giovane artista.
Si. parte dalla depilazione, come operazione necessaria tecnicamente ma intesa anche come applicazione di un rituale preparatorio a qualcosa che verrà, insomma ad un'iniziazione. Nelle mani degli. amici, si lavora alla costruzione del calco del corpo dell'artista, ed il disegno nitido, preciso, senza pentimenti identifica tutte le fasi per giungere ad esso; gli appunti scritti mettono però in evidenza, oltre alle indicazioni di lavoro, tutte le tappe psicologiche che coinvolgono Mainolfi. Si comincia con il senso di costrizione piacevole, dovuto all'imprigionamento del corpo nella creta fredda e umida; le reazioni passano dallo stato di felicità a quello della pura emozione, alla sofferenza conseguente all'immobilità ed alla costrizione fisica cui ci si sottopone; alla leggerezza, alla constatazione che la nozione del tempo va cambiando in queste condizioni; infine al bruciore della pelle mentre il gesso si asciuga, alla fatica corporale; al ritrovamento di se stessi, finalmente, al momento dello strappo del calco. Il guscio ottenuto è come quello dì una "tartaruga abbandonata"; poi viene il momento della realizzazione del calco del volto: la scoperta che, sotto l'effetto della colata di scagliola, il buio era rosso. Infine, si ottiene il positivo. Si riparte con la tassellatura del manufatto, che consentirà di ottenere la replica dell"'autoritratto" anche in cera.
Era necessario insistere sulla lettura di questi fogli poiché la sequenza realizzata è la cronaca di un evento in cui l'approdo alla scultura, negletta nel dibattito degli anni Settanta, viene affrontato in quest'opera utilizzando tutti gli elementi linguistici che erano patrimonio di quegli anni. Questi sono: l'uso e la conoscenza del corpo come veicolo principe per giungere all'arte; la descrizione dell'evento in termini che rimandano - proprio per l'insistenza sull'evento - alle attività performative che segnarono tutto il decennio tra la fine degli anni Sessanta e quella degli anni Settanta. Mainolfi insomma è dentro la dimensione concettuale di quegli anni perfettamente; perfino nell'idea di presentare in modo seriale, allineando tutti i fogli incorniciati sulla parete, questo documento. Ma, proprio entro questa cornice, avviene lo sconfinamento dal concettualismo, almeno là ove il pensiero o l'esperienza avrebbero dovuto annullare la nozione di oggetto connessa all'opera: questa cronaca riproduce il percorso per arrivare ad un oggetto, a qualcosa che ha una precisa consistenza fisica, cioè all'autoritratto in gesso (o cera); anche se poi l'opera realizzata servirà a sua volta per una nuova performance. Sin dal momento del suo arrivo a Torino, nel 1973, e fino al 1977-78, Mainolfi è del resto attivo proprio sul versante performativo. Si segnala qui solo la sua prima azione da Antidogma (uno spazio gestito da Marcello Levi), nel 1974, con musiche di Vittorio Gelmetti: ogni dieci minuti, con programmata scansione temporale, veniva distrutto un busto in gesso dell'artista e i vermi che ne uscivano venivano lanciati sul pubblico; specularmente, da un altro ambiente entrava una figura che indossava la maschera dell'artista; il tutto veniva filmato. Una cosa deve essere ancora rilevata: la scelta del disegno non era così ovvia in anni di neoavanguardia, ed in un momento di tensione sul fronte della ricerca fotografica; lo stile grafico di grande pulizia, il segno continuo che delinea le silhouettes del protagonista della storia (Mainolfi stesso), il disegno senza ombre, chiaroscuro, sono il risultato di una scelta. I'arte sarà sempre il risultato di un lavoro, inteso come qualcosa che collega la mente all'azione della mano, e non ad uno strumento meccanico; e questi disegni, che sono un continuo autoritratto, dicono che, a questo punto del percorso di Mainolfi, la scelta dell'autoritratto è il modo migliore per affrontare se stessi e l'arte come un'unica cosa. Per inciso lo stesso tipo di segno grafico era già emerso nel lavoro dell'artista, nei disegni politici del '72 (Luigi Mainolfi, Aiutate le farfalle a posarsi sui fiori, Firenze 1972), e in C'era una volta un re, una serie si disegni edita da Nuovi Strumenti, Brescia 1978.


Riccardo Passoni