M A I N O L F I


LA CAMPANA, 1979
gesso e pigmenti, 300 cm h. 

Nel corso del 1978-1979 Mainolfi lavora ancora con i calchi /autoritratto scaturiti dal lavoro degli anni immediatamente precedenti. Viene meno invece il valore dell'azione ad essi fino a questo momento connessa, in favore di un processo più decantato. Importante diventa quindi Senza titolo (con piuma), del 1978, presentato da Cavellini a Brescia: l'autoritratto è coricato, una figura protesa a terra verso una piuma, anch'essa posata sul suolo. Sulle spalle spuntano piume colorate; col passare dei giorni queste aumentano, accrescono la futura capacità di volo della statua. Alla fine della manifestazione troveremo solo più una finestra "sfondata". Ad essere qui inscenata è infine la liberazione della scultura; da cosa pesante e limitata a pensiero libero, in grado di esistere da solo, finalmente. È un processo non facile, che nasce da uno sforzo drammatico: "...niente di simile era mai accaduto. Benchè il suono fosse appena percettibile, le cose della terra si mossero e gli alati fuggirono atterriti", scriverà l'artista (cfr. Luigi Mainolfí. Scultura, Brescia 1983, p. 11). Non a caso ora, in questo momento, anche opere più forti percettivamente, come Esploso (1978), si osservano come risultato compiuto, come installazione più che valere come esito di un'azione. Di lì a poco, Mainolfi realizzerà La Scultura, una installazione dove la figura stante in gesso, addossata alla parete e con le mani al volto, produce dalla mente tanti píccoli esseri alati, in grado di volare liberi per la propria strada. Sta nel frattempo maturando una svolta formale radicale, ma concettualmente posata proprio su questo sviluppo di pensiero, che approderà alla Campana.Particolare del bassorilievo esterno
Tra il maggio del 1979 ed il 1980 si situa il lungo processo di lavorazione dell'opera: il disegno del perimetro, la realizzazione della matrice in creta; la sua traduzione in gesso, l'apertura - resasi ad un certo punto necessaria - dell'ingresso verso l'interno; l'intervento sulle superfici con i pigmenti colorati (Mainolfi aveva avuto una formazione pittorica, durante gli anni di studio all'Accademia di Belle Arti di Napoli), i disegni a graffito. Ne emerge qualcosa di assolutamente inedito nel panorama italiano, e non solo, che costringe Mainolfi a cercare di mettere ancora una volta per iscritto il suo pensiero: "Nel periodo che seguì aprü un buco alla base ed entrai dentro.

Subito scorsi il buio, aspettai, mi abituai presto e trovai una volta, una stanza senza angoli, una unica parete bíanca e calda e la graf
fiai e la incisi e me ne stavo lì correndola in blu, rosso, in grigio, nero (giallo), era il fuoco, toccavo il segno ad occhi chiusi (...) Infuocai l'esterno di vento rosso, le masse, (respiro) un gonfiarsi della materia, esplosero e mi prese e non posso più staccarmene: la "scultura"N (cfr. Luigi Mainolfi. Scultura, Brescia 1983, p. 23; significativamente tutto il pezzo sulla Campana viene ripreso nella "biografia visuale" dell'artista inserita ne Documenta 7, catalogo della mostra, Kassel 1982, p. 333).
È in questo crescendo consapevole di emozioni e sensazioni che vanno cercate le ragioni irrinunciabili della scultura di Mainolfi, come la critica ha poi opportunamente sempre sottolineato negli anni successivi, ogni volta che doveva affrontare il discorso sull'artista.
Particolare interno della CampanaEra un'urgenza, un furor - se con tali parole si possono defìnire lavori che impegnano per più di un anno - che però non disconosceva il processo di elaborazione interiore e concettuale awiato nel lustro precedente. E infatti ne risultò un'architettura compiuta, destinata a segnare tutto il lavoro formale del Mainolfi successivo, sempre alla ricerca di forme chiare, semplici ed universali per esprimere i propri concetti.
La Campana vale come forma, non va intesa in senso letterale, precisa Mainolfi proprio attraverso il pensiero scritto, che definisce la scoperta della scultura, come abbiamo avuto modo di leggere.
E da questo risultato sembra nascere anche, tramite l"istoriazione' di interno ed esterno soprattutto, il costante lavoro sulla superficie che marcherà stilisticamente l'operato dell'artista fino al momento attuale. il valore porto alla superficie dallo scultore, è manifesto e modernissimo poi nell'uso consapevole del pigmento non fissato, che crea un effetto vellutato all'opera, tale da rendere d'un tratto come magica una struttura che sembrerebbe importante solo per la sua capacità di imporsi spazialmente. Che dire poi del graffito "magico", magico per i richiami fiabeschi ma soprattutto per le condizioni in cui ci si awicina a decifrarlo, presi da una sensazione ancestrale di smarrimento, connessa al viaggio nell'antro, nel buio, che si trova all'interno della Campana? Vi compaiono Orco, ed Elefantessa, temi che vengono sviluppati in parallelo temporale: con risultato dirompente nella messa a fuoco della stagione dei primi Paesaggi.
La Campana venne esposta nel 1981 da Tucci Russo, a Torino, in occasione cioè della prima personale torinese dell'artista dall'epoca del suo arrivo (1973), già trentatreenne.

Riccardo Passoni