M A I N O L F I


TUFI, 1981-1985 
tufo e ferro dimensioni ambiente

Dal 1981 Mainolfi, in pieno sviluppo nel lavoro con la terra, individua nel tufo un altro materiale che, per la sua natura porosa e tenera, può essere lavorato con risultati soddisfacenti. Le superfici scabre, gli elementi di intrusione che la pietra contiene, diventano il luogo del confronto con le proprie idee. Alle spalle di ciò c'è anche l'attenzione per la capacità di questo materiale di modificarsi, a livello superficiale, sotto l'azione del tempo e degli elementi; c'è la considerazione - forse per la prima volta in modo così esplicito della natura vivente del materiale.
«Il colore è insito nei materiali (...) Uso il verde per le pietre chiare che nel periodo delle muffe si amalgama meglio e il colore invecchiato del bronzo, i segni dell'acqua e dell'aria. Le pietre: ogni regione ha una pietra particolare. Ho usato molto il tufo campano che cambia colore con il variare delle stagioni; la grigia autunnale pietra piperina del Lazio; il tufo bianco della Sartre che s'immerge per quaranta giorni nell'acqua del fiume prima della lavorazione; l'arcigna pietra serena umbra; la pietra di Vicenza e i sassi comuni; il tufo blu e anche il marmo di Carrara per soggetti marini. Il colore è lì. Cambia alla luce e nel tempo. Questo è ímportante, cambia e vive questo può rendere un lavoro d'arte immortale» (cfr. in R. Barilli, Luigi Mainolfi, Torino 1988, p. 28).


DISEGNO VERDE, 1985
tempera e carboncino su carta intelata, 75 x 100 cm 

Il più antico tufo della serie, Le due gesine, mette in luce il pensiero formale dell'artista in questa fase, che è insieme di riscoperta interiore del proprio passato - come esistenza e come immagini - e scatenamento della fantasia.
C'è il riferimento alla forma della campana, che appare sdraiata sulla gesina (= sommità della collina), presente ma non al centro del1'attenzione; al luogo biografico, inventato come una piccola Matera addossata al crinale della collina.
C'è la prefigurazione, nel trattamento di questa architettura disegnata, con questa teoria di finestre ottenuta "per sottrazione", del futuro tema mainolfiano della città: da Città gigante (1986) a Cittadòr (1987), a Cittadòr 365 (1990-91) (v.), fino al monumento acquisito dalla Città di Torino per il Parco della Pellerina, la piramide intitolata Città, del 1992.
Oltre a Le due gesine, Mainolfi realizza i seguenti tufi: La Valle Caudina; Il paese; Piana degli occhi (tutti eseguiti nel 1982); Paesaggio femminile; Senza titolo; Venere (opere tutte del 1984; l'ultima è andata distrutta); Elephant e Taburno (1985).

Se La Valle Caudina, nel suo sviluppo verticale, non fa che rafforzare il valore di prefigurazione delle Città, il resto dei tufi diventa territorio per esprimere non già solo architetture o paesaggi, ma anche una fantasia che non sarebbe improprio definire surreale: valgano come esempio la testa sognante che partorisce col pensiero Il Paese - che affiora non casualmente da un incavo spaziale che ha un preciso richiamo alla Pancia, del 1980 -, o l'occhio che compare ne Piana degli occhi, destinato a proliferare in maniera inarrestabile, color verde intenso, nei tufi degli anni successivi.
Con i Tufi si pone per la prima volta come necessario il problema della base, che appartiene da sempre alla nozione di scultura ma che, certo, nella stagione recente, non aveva avuto alcuna fortuna.
Le basi, come è stato ben chiarito «non hanno funzione solo di piedistallo, ma sono parte della struttura formale e linguistica; il basamento è necessario a conferire alla scultura un significato emblematico, di oggetto apotropaico o propiziatorio» (cfr. L. Vergine, Mainolfi, catalogo della mostra, Galerie Di Meo, Parigi 1988).
Ai Tufi è necessaria un'elevazione, una spinta verso l'alto, e non è un caso che le basi solo raramente siano parallelepipedi, preferendo invece dare loro una forma a tronco di piramide, che porti l'osservatore a «salire» con lo sguardo fino all'opera; opera che, come già nei Paesaggi, deve essere vista dall'alto, con un colpo d'occhio panoramico.

Riccardo Passoni