M A I N O L F I

A partire dal 1983, Mainolfi, per la parte del suo lavoro che riguarda le grandi terrecotte a parete, perviene ad una evoluzione nella scelta dei temi che scavalca l'ipotesi pura e semplice del paesaggio. La serpe, che si presenta come una serie di ciottoli levigati e tondeggianti disposti sulla parete, come nel contemporaneo Il Piede - che potrebbero erroneamente rammentare anche i Tappeti-natura di Gilardi - non è altro che un'aggregazione di forme omogenee, le quali rimandano alle pance gonfie degli Orchi, o agli addomi dilatati de Il trionfo (Elefantessa) (v) e Il trionfo (Orco) (v). La forma era già dunque stata trovata; il problema era di farla vivere di una nuova vita. La serpe del titolo la si vede appena: due code di bronzo in fondo, le antenne (?) in alto. Sembra, a questo punto, che alla grande misura del paesaggio, sia esso collina, Rotondi, o un'isola, si sia sostituito il lavoro sull'isolamento del dettaglio, sulla dilatazione del particolare. Le ragioni di questa conversione non nascono però da una sopravvenuta angoscia dell'impossibilità di abbracciare la bellezza complessivamente. Anzi, è proprio da ragioni opposte che viene affermandosi questo nuovo lavoro: è possibile cogliere il momento dell'esaltazione "esplosiva" della bellezza solo attraverso la cifra del particolare, della lettura ravvicinata. La ricerca, I'individuazione del dettaglio da riproporre non viene condotta con cinica vocazione chirurgica: è ancora una volta la traduzione in lavoro del miracolo dello sguardo sensibile, instancabile nelle sue perlustrazioni per il mondo.
Deserto maschio - con il suo pendant, Deserto femmina - sono superfici quasi lunari, un tessuto vibrante solcato da "ragnatele" di crepe causate dall'essiccamento della terra; affiorano sulle superfici crettate, con diversi livelli di fuoriuscita, sfere bucate, uova di serpente (o forse semplici forme).
Di fronte a questo mondo riarso sembra che il tempo si sia bloccato, prosciugato anch'esso in un eterno presente. In Terra del serpente il lavoro sulla superficie rimane formalmente identico, con la distribuzione calcolata di volumi arrotondati ai due lati dell'asse compositivo, che presenta nella parte inferiore la stessa fessura di Deserto femmina. Ad articolare però la composizione è l'aggiunta di tre altissimi gambi di un possibile fiore (il rimando è alle anemoni di mare): l'opera diventa un'installazione a parete, studiata attentamente nel suo disequilibrio compositivo, che è giocato sull'isolamento di uno di questi gambi - in cui è possibile scorgere il principio formale che porterà l'anno successivo a Colonne Città - rispetto agli altri due, disposti sul lato opposto della superficie trattata.
Nascono nell'anno successivo le Pelli di serpente: Pelle di serpente (maschio); Pelle di serpente (femmina); questa Pelle di serpente (tondo maschio) e Pelle di serpente (tondo femmina). Pelle di serpente (sera) è già del 1988. Con l'intervento del cromatismo, questo nucleo di opere ci porta per un momento, almeno, al "Confine estremo tra pittura e scultura", individuando "nella superficie un campo d'attrazione e di verifica per un'attenta analisi dei più disparati codici artistici. Concentrazione cromatica e valenza luminosa, percorsi spaziali e rapporti formali, eleganza compositiva e profondità tematica, suggestione narrativa e purezza concettuale, la superficie diviene il luogo dei contrasti e
delle armonie, è il fragile e trasparente sipario che divide, ma non cela, le due verità che s oppongono" (D. Eccher, Luigi Mainolfi, catalogo della mostra, Galleria Paola Stelzer, Trento 1989). Per inciso si osserverà che, alla visione diretta, la pelle dei rettili ha una conformazione in rilievo, per via delle squame, e non in negativo, come appare nelle opere di Mainolfi su questo tema. Cartista stesso ci dice che va immaginata rovesciata: come le interminabili sequenze di finestrelle delle opere intitolate alle Città.
La sequenza di Terra della Guerra e Terra della Pace, che nasce nel 1990-1991, può anch'essa essere inserita nell'ambito del lavoro sulle superfici delle opere commentate sin
qui nella scheda: a dispetto della titolazione, provocatoriamente - o sgomentamente cronachistica, poiché scaturita in parallelo al brutto momento della Guerra del Golfo. A proposito delle «Pelli» avevamo accennato pur parlando di lavoro sulla superficie - persino ad una geografia lunare; qui, l'impianto formale nasce invece come se l'occhio mentale dell'artista avesse voluto individuare una geografia vasta, condotta per campiture di materia allargate, osservate dall'alto: entro i poli del nero (prima ) e del bianco (poi), ovvero nel passaggio dal negativo al positivo, a conferma di una visione comunque creativamente ottimistica del pensiero dell'artista.


Riccardo Passoni

 


LA SERPE, 1983
terracotta e bronzo, 200 x 310 x 30 cm
La serpe - 1983

TERRA DEL SERPENTE 
(DESERTO), 1986 
terracotta, 170 x 340 x 13 cm

PELLE DI SERPENTE 
(TONDO MASCHIO), 1987
terracotta dipinta, diam. 171 cm 

Pelle di serpente (maschio) - 1987

TERRA DELLA PACE, 1990-1991
legno e terracotta, 167 x 169 x 10 cm