M A I N O L F I


ARCIPELAGO (ISOLE), 1985
bronzo, legno e pietra dimensioni ambiente

Il percorso per arrivare ad opere con simili sostegni è già stato descritto (v. schede precedenti), e trova nelle opere del 1983 (Il trionfo (Orco); L'Isola) il precedente formale compiuto. Così era stato impiegato in precedenza dall'artista il tema dell'acqua: da Brano (v.), nella messa in scena di Cavriago, a Trovai Rotondi in uno stagno d'acqua... (v.). Le zampe de I:Isola assumono negli elementi dell'Arcipelago una forma più affusolata, cominciano ad avere un andamento a serpentina, insomma sono già i raggi che sosterranno, di lì a pochi anni, i Soli. Il lavoro appare ora più leggero, meno vincolato alla sua fisicità, pure se in bronzo, rispetto alle opere più prossime. L'installazione ha una grande pregnanza spaziale, anima il vuoto più che riempirlo.  Le pietre ed i legni affiorano dall'acqua come schegge di sintesi architettonica, varianti di vulcani, obelischi, forme piramidali. Il loro sostegno surreale rappresenta il confine del loro mondo, contenuto in una porzione di sfera sostenuta dai raggi. È un universo galleggiante, ma come sospeso nello spazio, una emblematica galassia immaginata e vissuta come l'artista aveva sempre fatto, e farà in seguito - facendo convergere l'opera su di un'esperienza personale: il viaggio e la visione dall'alto, in volo, alla stregua di un vero e proprio diario di immagini.
I materiali affrontati da Mainolfì includono ora anche il legno, ma in una prospettiva a questo punto diversa. Sono infatti minimi gli interventi della sua mano su queste isole. La cosa potrebbe apparire sorprendente in chi ha sempre associato una precisa nozione di lavoro alla sua opera; ma, badando alle date, non sarà inutile ricordare che è proprio questo il momento in cui I'artista viene chiarendo dentro di sé quale tipo di arte sia quella con cui misurarsi. Dice infatti, nell'85: "l'artista che io temo di più è la natura, io non temo Michelangelo..." (cfr. in C. Levi, Luigi Mainolfi, catalogo della mostra, Galleria Tucci Russo, Torino 1985; Arcipelago non era però esposto in quella personale); potremmo dire che quell'attenzione continua ai valori di superficie che abbiamo rintracciato in tutto il suo lavoro, a partire dalla Campana (v), abbia assunto una momentanea estremizzazione. Lo sguardo e l'esperienza pilotano l'attenzione sui materiali da prelevare, che hanno nella loro storia di trasformazione - che l'immersione nell'acqua non potrà che contribuire ad alimentare - già scritta tutta la loro bellezza; occorrerà solo inserirle in un circuito fantastico, come in quest'apice del lavoro dell'artista, valorizzandone le potenzialità formali.


Riccardo Passoni