M A I N O L F I


CITTADĎR 365, 1990-1991 
ferro e terracotta, 365 elementi ciascun elemento 46 x 46 cm


CITT└ AL VENTO, 1987
bronzo, 300 cm h.; dimensioni ambiente


LE CITT└ BIANCHE, 1991-1992 
gesso, 200 elementi ciascun elemento 30,5 x 30,5 cm
(particolare)

Nulla Ŕ un punto d'arrivo, un risultato su cui si possa finalmente sostare, con la sensazione di essere arrivati ad una piena maturazione personale e di lavoro; e Mainolfi ricomincia ad inventare, a rischiare nuove forme per i propri concetti, con la stessa incredibile naturalezza con la quale aveva saputo sin qui
comportarsi. Mainolfi dispiega qui l'uso della imprimitura irregolare sulle superfici di un motivo a finestra che caratterizza in modo dinamico ed irripetibile le CittÓ. ╚, in fondo, lo sviluppo dell'architettura di superficie che compariva nel primi Tufi ed in Trovai Rotondi in uno stagno d'acqua... (v.); sul fronte della parallela esperienza in terracotta, non Ŕ invece se non la naturale prosecuzione delle imprimiture in negativo della serie dedicata alle Pelli di serpente (v.), della stessa epoca.
Il tema viene piegato ad un'incessante elaborazione linguistica. In Colonne cittÓ (1987) una serie di steli cilindriche dalla terra raggiunge il soffitto, come se si rendesse possibile collegare l'alto e il basso senza soluzione di continuitÓ: verrebbe da dire all'infinito, con un evidente rimando a Brancusi, lo scultore che aveva saputo ripensare pi¨ di tutti gli altri, nel nostro secolo, i principi della scultura senza volerla cancellare.
Alla stilizzazione verticale del concetto concorre anche, in senso pi¨ libero ed immaginativo, l'opera CittÓ al vento, con il suo sventagliamento di esilissimi e vibranti "grattacieli" nell'aria.
Qui la tensione formale, presente nella teoria di cilindri dell'installazione precedente, viene meno perchÚ interessa a questo punto la corsa del segno nello spazio; ogni cittÓ assume un andamento irregolare, come se fosse disegnata a mano libera su di un immaginario supporto, o come se si stessero traducendo in modo prima impensabile i raggi che sostenevano le isole dell'Arcipelago in qualcosa di diverso concettualmente.
All'immaginazione sarÓ consentito di sentire il sibilo del vento che anima gli interstizi, il vuoto di questa cittÓ (con uno spunto sul tema del suono che Mainolfi svilupperÓ puntualmente di lý a poco).

Cittad˛r 365 sviluppa invece il lavoro bidimensionale dell'opera Cittad˛r, anch'essa dell'87. l'ossessione della cittÓ infinita si realizza qui non su di un assunto verticale, ma di superficie: un ambiente Ŕ completamente rivestito dalle formelle di terracotta, incorniciate in severo metallo, a richiamare, tramite l'opulenza dell'immagine, la capacitÓ della scultura di sviluppare l'estensione di un concetto, tramite le scelta emblematica della "elencazione". Sulle superfici ondulate di ciascuna formella rintracciamo senza sosta il motivo, che tutto riempie, delle finestrelle che, proprio in un lavoro pensato sulla bidimensionalitÓ, assume a questo punto in maniera consapevole l'aspetto vero e proprio di scrittura segnica. Cittad˛r e Cittad˛r 365 - accanto alla ancor pi¨ disorientante CittÓ bianche, dall'imprimitura in gesso - sono cittÓ vuote, disabitate, e vanno intese ancora come simulacro della "cittÓ dell'oro" mitica.
Seguiranno le opere bronzee del 1990-1991: da Piramide, alla fusione della grande CittÓ, dalla forma piramidale anch'essa, realizzata su incarico della CittÓ di Torino per il Parco della Pellerina, recentemente inaugurata (cfr. Sculture nel Parco, Torino 1994, p.n.n.), fino alle piramidi tronche, dalla base anche triangolare (cfr. CittÓ (Piramidi), 1993-1994): l'opera singola viene moltiplicandosi nello spazio, ponendoci nuove questioni percettive.


Riccardo Passoni