M A I N O L F I


SOLE NERO, 1988-1989 
legno, cera ed acqua dimensioni ambiente




SOLE NUOVO, 1992-1993
alluminio e ferro, dimensioni ambiente

Nel 1987 Mainolfi inaugura un'altra fortunata serie di opere: i Soli.
È il tempo del piccolo Sole (bronzo, cera ed acqua; 1987); di Sole mio (bronzo, marmo ed acqua; 1987); quindi di Sole mio (bronzo, marmo ed acqua; 1988) e del monumentale Sole di Sabina in bronzo (1988); si giunge infine alla potente invenzione di questo Sole nero (legno dipinto, cera ed acqua), che venne allestito nella sala personale dell'artista alla XLII Biennale Internazionale d'Arte di Venezia, nel 1990.
Attraverso la lettura delle opere precedenti, abbiamo visto lentamente affiorare tutti gli elementi formali che sarebbero confluiti nell'architettura dei Soli: la nascita dei raggi guizzanti che sostenevano le isole dell'Arcipelago (1985) (v.); l'inserimento di un blocco di pietra o marmo nell'acqua, nella medesima installazione e già in Trovai Rotondi in uno stagno d'acqua (1982) (v.); e la considerazione dell'elemento "acqua", già nota in Brano, a Cavriago (1978) (v.). Ciò non toglie che qui, come anche nelle parallele Città, Mainolfi abbia affrontato felicemente un nuovo scarto iconografico, mettendo, credo per la prima volta, la raffigurazione del sole al centro della scultura monumentale.
Il sole è attributo iconografico della Verità, ed in epoche ormai lontane era stato associato anche alla figura di Apollo; ma non credo che fossero questi i pensieri dell'artista all'atto della creazione dei Soli: persino arrivare a realizzare un Sole nero, con le possibili implicazioni melanconiche, sembra sia stata una scelta estranea ai suoi parametri inventivi. Ma va aggiunto che non sarebbe stato irrealistico vedere in lui la figura d'artista in grado di riunire in una sola opera mitografia solare (col senso panico che ne deriva) e senso della notte (con riferimento all'artista lunatico).
Questo Soli sono ancora una volta t'immagine diversificata della pancia, del grembo generatore tanto cari all'immaginario dell'artista.
Non vedrei tanto invece in essi l'indicatore del tempo, come avvertiva in un bel testo Arcangelo Izzo, al momento della prima presentazione dell'opera (cfr. Rumori, catalogo della mostra, Galleria Tucci Russo, Torino 1989). Piuttosto, di quell'intervento, sembrava significativa la lettura del Sole nero come "centro dello spazio". Ed al suo interno, "il ventre della sfera si apre all'abbraccio e genera un'altra sfera d'oro, che galleggia sull'acqua, elemento concorrente e partner dello scultore" (Ibidem).
Sole nero scatena una delle emozioni più forti, a livello di impatto percettivo, nel contesto dell'intera produzione mainolfiana: il gigantismo dell'opera - che può arrivare ai 18 metri nella sua massima estensione -, la sua indubbia pregnanza fisica ed insieme enigmatica, il rapporto dirompente con lo spazio che lo ospita, sono elementi che imprimono una direzione nuova alla scultura. Inaugurano, o sanciscono un rapporto scultura/spazio che non sembra nemmeno più di analisi reciproca (in un contesto concettuale) ma di sopraffazione, di vittoria reale della prima sul secondo: con valore emblematico, ma forse irripetibile come sfida.
La sfera d'oro, simbolo fisico ed insieme evanescente della perfezione, nata dal grembo di Sole nero in tali condizioni, non potrà rappresentare, credo, che il senso profondo della scultura.


Riccardo Passoni