M A I N O L F I


MURI DEL PENSIERO NERO,
1989
legno e terracotta, 6 elementi, 
ciascun elemento 180 x 180 cm

MURI DEL PENSIERO BIANCO,
1989
legno e terracotta, 3 elementi, 
ciascun elemento 180 x 180 cm


Il progetto, ormai da lunghi anni elaborato e condotto, di una scultura nella quale il lavoro in superficie costituisse un elemento imprescindibile per sviluppare tutte le potenzialità della propria ricerca, produce nel 1989 questa sorprendente doppia sequenza di pannelli. I Muri del pensiero nero, in numero di sette, ed i tre Muri del pensiero bianco nascono in maniera esplicita come scritture di superficie, mettendo a punto, si potrebbe dire con rigorosa libertà, un alfabeto immaginario, un vocabolario di piccolissime forme di un linguaggio nato unicamente dalla fantasia dell'artista, che ancora deve trovare una propria strada sul piano della comunicazione (non a caso Luca Beatrice aveva parlato dell'intellegibilità di queste opere tramite lo stratagemma della lettera ad un «amico dello spazio»: cfr. Luigi Mainolfi, «muri del pensiero», catalogo della mostra, Galleria De' Foscherari, Bologna 1992).
Il pensiero di lavorare proprio sul tema del «muro del pensiero» era stato avvistato in realtà - con caratteristiche simili - l'anno precedente. Muro del pensiero è del 1988, e del 1988-1989 sono Muro del pensiero mancino, Muro del pensiero diritto, per giungere al lavoro, anch'esso in terracotta, Muro del pensiero grigio (1989). Mainolfi aveva in mente qualcosa di simile al «muro del pianto», quando aveva cominciato la ricerca sulle superfici di questa serie; verrebbe da dire che ne aveva visto subito le possibilità di interpretazione laica, giocando la carta del «pensiero».
Con maniacale dedizione, Mainolfi ha costruito questo suo alfabeto pannello per pannello; indicando, come avverrà nel biennio successivo per la sequenza di Terra della Guerra e di Terra della Pace (v.), prima la serie dei neri e poi quella dei bianchi come percorso ed approdo - naturale o psicologico che sia -. Le tracce di materia - perché tali sono le sequenze di concrezioni su questi Muri - divengono naturalmente tracce di pensiero, perché il lavoro mentale dell'artista non può rinunciare all'uso della materia. Allora converrà dire che il pensiero della scrittura, resosi a questo punto necessario in quanto tale, in Mainolfi, pur costituendosi come atto riflessivo, non poteva essere tradotto in opera se non come forma modellata: la sua scrittura non poteva che nascere tra
mite l'uso della terra, e la pagina cui essa è destinata non avrebbe potuto essere altro che un «muro». Beninteso, dopo il lavoro sulla «pellicola» della scultura passato attraverso le Pelli di serpente (v.), quello delle Città in tutte le sue forme (v.) e prima delle ultime affascinanti sequenze dei Paesaggi (v.), del 1993-1994.


Riccardo Passoni