M A I N O L F I


ARCHÉO, 1992
bronzo, 150 cm diam.




SCARABOCCHI, 1993-1994
bronzo, dimensioni ambiente




Archéo (1992) è formalmente assimilabile, come primo richiamo, alla stagione delle Nacchere (v.), dei tre-quattro anni immediatamente precedenti.
A dispetto del titolo costituisce un'ipotesi di sviluppo di quella serie. I gusci, però, non nascono più vuoti, politi; cominciano a somigliare a baccelli, ospitano al loro interno duri aculei.
Ancora una volta, assistiamo allo «scivolamento» dell'artista sul piano della creazione: seppure vicini, ci stiamo allontanando dal senso di armonico equilibrio che le grandi pareti delle Nacchere lasciavano intendere.
L'uso di un materiale prezioso come il bronzo conferisce però qui una chiara aura antichizzante al lavoro: una scelta cosciente, e dalle conseguenze dirette, credo, sulla scelta del titolo, che potrebbe anche far riferimento ad un brano di natura non più esistente.
Allo stesso uso del bronzo Mainolfi perviene in Scarabocchi, del biennio successivo. II bronzo era già stato in precedenza impiegato dall'artista: da Trovai Rotondi in uno stagno d'acqua (v.), per esempio, per proseguire nelle Isole dell'Arcipelago (v.), e soprattutto nelle diverse realizzazioni sul tema della «Città»: ma mai in questa veste non ripulita, scegliendo anzi di presentare l'opera come appena uscita dalla fonderia. Scarabocchi nasce come non imprevedibile conseguenza dei
Sonagli (v.), dei fuscelli che in apertura dell'ultimo decennio avevano cominciato la loro proliferazione sui tavoli, sulle pareti, agli angoli delle stanze.
Proliferazione che qui è diventata al limite della capacità di essere controllata: abnorme crescita spaziale, occupazione del vuoto, in maniera - perché non ricordarlo non dissimile dall'esperimento dei raggi disposti a matassa in Sole nuovo (v.), e, per tornare alle origini, come sviluppo nuovo delle ondulazioni dei raggi dei Soli precedenti, per risalire ai sostegni delle Isole dell'Arcipelago (v.).
Scarabocchi è senza tempo, come Archéo, realizzato come se si volesse ottenere per queste sculture la sensazione di un allontanamento mitico dell'opera, ottenuto attraverso l'abbandono del trattamento di superficie, la rinuncia al bronzo levigato e patinato.


Riccardo Passoni