M A I N O L F I


DISEGNI DI FERRO
di Marco Meneguzzo



La libertà è sempre una conquista, anche quando si crede di vivere nel più libero dei mondi possibili.

Libertà d'espressione. Per un' artista queste parole assumono un significato leggermente diverso da quello comune, anche se in fondo la derivazione è la stessa: possibilità di dire le proprie idee...in arte questo non ha a che fare col "cosa dire", ma col "come dirlo": il controllo, cioè, quando c'è, si esercita sulla forma dell'idea, non sull'idea stessa; è il sofisticato sistema linguistico adottato da avanguardie e neoavanguardie che ha opposto il massimo della resistenza, dopo essersi adoperato per scardinare il linguaggio precedente, abbattuto sotto il peso dell'accusa di "tradizione formalista". Questo guscio linguistico, costruito dall'avanguardia per salvaguardare se stessa e per mettersi al riparo da ogni critica esterna ("chi critica questo linguaggio non esiste, perché non è all'interno del linguaggio... "), è costato sudore e sangue a tutti coloro che, pur non riconoscendosi nella tradizione, non riconoscevano neppure la tradizione del nuovo: personaggi non ortodossi, guerriglieri del linguaggio non sovvenzionati da nessuno, elettroni vaganti sfuggiti all'attrazione del nucleo forte, monadi sempre in viaggio...il loro destino è la singolarità - I'esser da soli, cioè - e, spesso, I'incomprensione, visto che propongono modelli non proprio riconoscibili né nell'uno né nell'altro degli schieramenti contrapposti. Traditori di entrambi, cercano la loro via, e anche se oggi I'apparato linguistico dell'arte sembra polverizzato in mille tendenze possibili (dotate comunque di una buona dose di rigide regole cui obbedire), basta essere appartenuti a una generazione maturata nei primi anni Settanta per essere catalogati di necessità o tra gli ortodossi o tra gli eccentrici. Luigi Mainolfi appartiene alla sparuta schiera di questi ultimi, e questo gli deve essere costato molto se, oggi che ha conquistato la libertà di esprimersi alla sua maniera senza essere tacciato di alcunché, ogni volta che si parla con Lui descrive il disagio della solitudine, della difficoltà di esprimersi disobbedendo a quelle regole non scritte, ma ferree, che regolavano l'espressione artistica negli anni delle sue prime,prove mature, e che imponevano una fredda e concetttuale casa-lontana dal suo sentire, un minimalismo della forma che non apparteneva alla sua cultura, una rarefazione e sparizione della materia che quasi rendeva proibita la parola "scultore".
Qual è stata la risposta di Mainolfi a quel disagio ambientale? Un qualcosa che si potrebbe definire "omeopatico". Se infatti il tabù linguistico riguardava la narrazione, l'organizzazione formale della materia in oggetti, un certo tipo di "calore" e di pathos, la partecipazione sentimentale e non solo intellettuale alla propria opera, l'orgoglio del mestiere e della sapienza antica dello scultore, Mainolfi ha riversato tutto questo in ognuno dei suoi lavori. Ovviamente, non l'ha fatto per sfidare l'ambiente, o per dimostrare un principio (non si fa arte quando si va soltanto "contro" qualcosa...), ma più semplicemente perché non ne poteva fare a meno: ognuno segue la sua natura, e Mainolfi è un artista "naturale", come quando si dice di un calciatore che è un talento naturale. Oggi, dunque, Mainolfi ha vinto la sua battaglia: i tempi sono cambiati, ma anche lui ha contribuito a far sì che cambiassero, attraverso quel profluvio generoso di opere che ha costellato gli ultimi vent'anni, e che è una delle caratteristiche peculiari del suo modo di essere scultore. "Devo sempre vederle realizzate - mi dice a proposito delle sue idee -, voglio vedere e toccare quello che immagino", e allora ecco che le idee si concretizzano in forme, e che queste forme - di solito - si moltiplicano per partenogenesi in una serie numerosa, ma conchiusa, di forme simili, fino a che il loro ciclo vitale non finisce. C'è qualcosa di vero nel senso comune che vuole lo scultore tra i caratteri più "terragni" tra quanti si dedicano all'arte, e davvero Mainolfi incarna questo aspetto da "officina di Vulcano", dove si forgia con fatica e sapienza, e dove nulla è immateriale, neppure il fuoco che brucia, consuma e sporca. Così, lo scultore disegna col ferro: infatti Mainolfi ama dire che le sue Gabbie sono in realtà disegni tridimensionali, e anche se il modulo su cui si basano, geometrico o quasi, potrebbe apparire un'astrazione, un canone, di fatto non è che la dimostrazione della necessità tattile che lo spinge costantemente a costruire materialmente le sue fantasie (anche quando si limita davvero a disegnare su di un foglio, Mainolfi sopperisce alla rarefazione materiale dell'opera su carta con la quantità: mi racconta di aver realizzato novecento disegni in un mese!...). Opere come i Soli o Scarabocchi sono gli immediati antecedenti di queste Gabbie, e tutte nascono dalla materializzazione di un disegno. A ben guardare, si può fare I'esercizio inverso, cercare cioè di riportarli al disegno: ci si riesce, ma quale diversità se ne ricava!, si perde tutto quel senso di straniamento quasi surreale che è dato dal realizzare in filo di ferro o in putrelle quei raggi che sulla carta sono tenui segni di matita, così come i vestiti in terracotta o le Colonne, sempre di terra rossa come quella dei vasi più dozzinali, visti nel loro spessore da sarcofago etrusco o sannita, sono ben diversi da un loro ipotetico disegno, aggraziato e bizzarro come un cadavre exquis. Tutto questo per dire che la materia fa la scultura, e fa anche lo scultore, nonostante tutte le avanguardie del secolo: è I'ossessione della materia, prima di tutto, a far muovere mani e mente (forse persino in quest'ordine temporale), e solo in un secondo tempo viene la storia, il racconto, la narrazione, che pure è così presente e importante nel lavoro di Mainolfi. Un esempio su tutti, indietro nel tempo: quella famosa Compana, del 1978-9, in gesso dipinto di rosso, che rimane una delle opere più importanti, più vere, più necessarie, dell'artista, è un inno alla sapienza materiale, a quell'insieme di conoscenze, di capacità, di testarda volontà, di caso e di fortuna, che rende I'opera d'arte espressione di una cultura - si è giustamente parlato di mediterraneo, di cultura arcaica e contadina, di opera corale, genuinamente popolare -, ma soprattutto vicina, analoga alla creazione della natura. "Mi ha sempre impressionato di più un vulcano - dice Mainolfi - del più bel quadro di Picasso", come a dire - se ci fosse ancora bisogno di un aggancio alla tradizione plastica - che è la natura il vero modello, a cui ci si può soltanto avvicinare. Ebbene, Mainolfi ha deciso di avvicinarvisi nella maniera più semplice e disarmata: mostrando cioè la sua empatia verso di essa attraverso I'elemerito di tangenza tra l'arte e la natura, vale a dire la materia che, presa in questo odo, consente costruzioni grandiose e, soprattutto, felici. Felici perché abbracciano la terra, sono la terra, e da lì ricavare la loro forza, tanto...che. quando Mainolfi dice che "l'artista vola", non lo si deve immaginare con lo sguardo rivolto in su, verso il cielo, ma verso il basso, per misurare meglio; dall'alto, terre, campi e città.

Marco Meneguzzo

da Mainolifi - L'Isola Galleria d'arte - TRENTO 2000