T E S T I

 

  Un segno corre veloce, 1999 - A. Riva 

  Il Sole 24 Ore, 2001 - G. Scardi

  KULT, 2000 - Maria Grazia Torri

  FLASH ART, 2000 - Luca Beatrice

  FLASH ART, 2000 - Gea Politi

  NO-RANDOM, 2000 - Chiara Guidi

  DIPINGERE LE PAROLE - Luca Beatrice

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 



Castello di Rivara - 2001 Bartolomeo Migliore. Un segno corre veloce. E strizza l'occhio ai geroglifici.

La sua cultura è il prodotto dell'universo underground italiano. E i suoi quadri lo denunciano fin dal primo sguardo. Quel miscuglio di lettere appena abbozzate e di segni veloci come quelli che si trovano sui muri delle stazioni dei metrò fanno subito pensare al mondo che gravita attorno alle periferie delle grandi città Europee. "Quando ho iniziato a dipingere, a Torino, negli anni ottanta", racconta Bartolomeo Migliore,"era il periodo in cui si cominciavano a vedere in giro le prime scritte e i disegni sui muri. Era il periodo del graffitismo storico, quello che proveniva dagli Stati Uniti, e che si estendeva a macchia d'olio anche da noi. A me piaceva quel miscuglio di simboli e di lettere, dove il significato stesso di ciò che era scritto si perdeva completamente nella libertà del segno".

Con il suo lavoro, Migliore cerca di creare una sorta di nuovo linguaggio, "dove le lettere", dice, "non rappresentano più niente, e dove ci si lascia andare, in balia della suggestione data dalla forma".

Nei dipinti più recenti, Migliore ha introdotto nel suo particolare vocabolario un simbolo preso in prestito dai geroglifici antichi. E' l'occhio egizio, "simbolo", spiega l'artista, "dell'occulto, di ciò che, malgrado tutto, la scienza non è ancora riuscita a spiegare".

Alessandro Riva


su ARTE, numero 313 settembre 1999 pag. 46 

 

 

 

 


 

 

 

 

 





La galleria Luciano
Fasciati presenta, fino al 25 febbraio, la mostra personale di Bartolomeo Migliore dal titolo "Scar". L'artista utilizza il mezzo pittorico per esprimere una cultura fatta di suoni e di simboli,la cultura dark, nei cui codici musicali, una generazione si è potuta riconoscere. Migliore presenta un nuovo ciclo di dipinti acrilici su tela.


Gabi Scardi

Il Sole 24 Ore domenica 18 febbraio 2001

Castello di Rivara - 2001

 

 

 

 

 


 

 

 






Truth or dirty
language è il titolo della mostra che rappresenta il suo nuovo ciclo pittorico.
Bartolomeo Migliore è un artista che da anni getta sulla tela i ritmi sonori, i nuovi alfabeti metropolitani, lettere emotivamente incrociate con l'inconscio collettivo di tutti noi.
La mostra in cui i suoni diventano graffi è a cura di Chiara Guidi. Graffiante

Maria Grazia Torri, 

su KULT, anno 2° n°12/1 dic-gen 2000 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 





Confermando
la sua naturale vicinanza all'universo musicale, il nuovo ciclo pittorico di Bartolomeo Migliore intitolato Truth or Dirty Language vuole visualizzare in immagini e scritture i nuovi percorsi sonori di fine millennio. Questi quadri, realizzati nel 1999, lontani dalla matrice graffitista che ha comunque segnato buona parte del percorso dell'artista, presentano una stesura cromatica uniforme, su toni scuri, e sono caratterizzati dalla fusione di segni provenienti sia dall'universo culturale dell'Oriente che dell'Occidente. L'uso di caratteri arabi e indiani, non solo come segni decorativi, sottolinea questa apertura a nuove frontiere di ricerca.

La pittura di Migliore sorpassa il valore metaforico dell'immagine e mette in luce la possibilità stessa della scrittura di diventare immagine.

Sono quadri noise quelli di Migliore,passato come molti della nostra generazione attraverso una sensibilità dark e metallara e ora affascinato dalle nuove contaminazioni. La sua arte si propone perciò come una sorta di colonna sonora dei nostri anni e lo fa con una certa profondità,evitando tutta quella superficialità iconografica presente in altre esperienze eccessivamente giovanilistiche.


Luca Beatrice


su FLASH ART  anno XXXIII n° 220 feb-marzo 2000 pag. 120

 

 

 

 


 

 

 



Galleria Pinta - Genova 1992





...A prescindere dal fatto che questa è un'arte che mi folgora e mi affascina,nel mio cuore rimane sempre un posto per Bartolomeo Migliore, grande intenditore di musica con cui scambio interminabili punti i vista sui Placebo. Ebbene lui ha realizzato opere molto sofisticate dal vago sapore orientale. Colori tenui,tetri,violacei,un po' come la musica che lui ascolta (Placebo, Smashing Pumpkins, David Bowie...). Non solo Bartolomeo ha ottimo gusto musicale e riesce a unire musica e pittura in un unico pezzo in cui manca solo un po' di incenso...


Gea Politi

Gea's Corner su FLASH ART  anno XXXIII n° 220 feb-marzo 2000

 

 

 

 


 

 

 





Ogni suo segno
,ogni suo simbolo,ogni sua parola ha nel quadro il valore di una sonorità.

La sonorità di una cultura del by-night (NOISE).La parola è un ritmo metropolitano,è un

suono,è il ritmo di una cultura musicale dark,di una chitarra elettrica.La parola dipinta,

inn questo ciclo,è quella indiana,e non è solo ritmo ma colonna sonora dei nostri giorni,

ed anche affermazione di stati d'animo,di tendenze,di contemporaneità,che si rivolgono 

verso una ricerca linguistica fatta di acrilici su tela.

Chiara Guidi


from catalogue NO-RANDOM, Giampaolo Prearo Editore, may-yune 2000

 


 

 

 





Luca
Beatrice

Dipingere le parole

Nonostante risulti figlia, dal punto di vista anagrafico e culturale, del clima artistico dei primi anni novanta, la pittura di Bartolomeo Migliore dimostra alcune peculiarità che la rendono unica almeno nel panorama italiano. Anni novanta, si diceva: frangente ormai prossimo alla storicizzazione in cui è emerso netto il desiderio di tornare a dipingere, e di farlo seguendo precise aderenze generazionali pensate in stretta connessione con un pubblico giovane, nomadico, trasversale, interessato all'arte come una, ma non l'unica, possibile espressione della cultura contemporanea. Torino, città cui Migliore fa riferimento fin dagli inizi, è stata luogo vitale e intraprendente di queste nuove tendenze artistiche dopo un lungo prevalere delle scuole e delle maniere post-poveriste, piccola metropoli capace di manifestare stati di tensione e urgenze che spingevano in direzione di un cambiamento di rotta, persino di una rottura, sia dall'arte accademica sia dal procrastinare all'infinito percorsi miranti all'istituzionalizzazione. Pur appartenendo per affinità elettive e per finalità estetiche al fenomeno di una nuova pittura nei tratti essenzialmente figurativa, Migliore ha preferito rivolgere lo sguardo altrove, facendosi coinvolgere da esperienze più lontane e dirigendosi su strade meno battute: tale atteggiamento ne ha definito i caratteri, restituendoci una figura d'artista tanto intenso quanto atipico.
Bartolomeo Migliore rifiuta infatti l'idea che la pittura debba descrivere, narrare o illustrare. Non ama le atmosfere troppo esplicite della figurazione rimodellata sui target giovanili né si fa sedurre dagli eccessi didascalici che hanno attraversato lo scorso decennio, complici le molteplici seduzioni letterarie, cinematografiche, soprattutto l'inesausto recupero delle pratiche basse. Al contrario, per Migliore è importante avvicinare quanto più possibile la pittura all'universo del concetto riposizionandone al centro la "questione linguaggio". Consapevole che le parole sono le parti minime e unitarie che compongono la forma linguistica, tutto il suo lavoro manifesta l'intenzione di far uscire dal dipingere il senso poetico e strutturale, ricorrendo appunto all'analisi degli elementi primari ed essenziali. La pittura di Migliore è quindi incentrata sul potere della parola, su quella forza estremamente complessa che attende sia al segno che al significato.
Se a un primo impatto rischia di emergere la sensibilità graffitista, grazie alla forza dirompente della sua intenzione estetica di riprendere possesso dei luoghi, ampliandone anzi la percezione verso l'esterno (muri di città ma anche suoni radiofonici, frammenti poetici utilizzati come slang interclassista ad avvicinare diversi spazi e diversi tempi nel mondo), a un'analisi successiva l'estetica di Migliore fonda le basi in altre forme d'arte meno dirette e fondate sull'intenzione della sintesi e del concetto. Gli anni settanta ricorrevano spesso all'uso della parola nel tentativo di portare l'arte (la pittura in particolare) a un progressivo processo di smaterializzazione: per Joseph Kosuth, ad esempio, l'intenzione è prettamente semantica, la scrittura vale in quanto segno universale di comunicazione, come un qualsiasi oggetto o immagine. Per tale ragione Kosuth utilizza una forma neutra tipica dei caratteri tipografici del dizionario, non enfatica e piana. Nell'arte americana la scritta assume un'importanza iconografica quando il segno incontra il significato e lo trasforma in immagine. Le scritte nei dipinti di Ed Ruscha parlano di luoghi e situazioni di cui è densa la mitologia culturale americana sia nella realtà -il paesaggio- che nella finzione -il cinema, la pubblicità- mentre le sequenze di parole nere su fondo bianco in Christopher Wool (il più vicino al lavoro di Migliore) riducono al minimo le competenze della pittura puntando piuttosto su un lettering subito riconoscibile che è in effetti la firma-logo dell'artista. Differente, infine, il modo in cui Raymond Pettibon fa dialogare le immagini con le parole, utilizzando l'originaria matrice pop ma immergendola in un universo nero, sporco e totalmente anticonsolatorio.
Per Migliore la parola ha valore sia per il senso (ciò che significa pur estrapolata dal contesto generale della frase) sia per la grafia (il modo in cui è scritta, elemento decisivo nella comunicazione contemporanea, indice che può demarcare una vera e propria appartenenza). La scelta non è mai casuale: oltre al senso e al segno sono importanti il risultato fonetico, la capacità di imprimersi nella memoria, di diventare cifra simbolica capace di dire non solo sullo stile dell'artista ma anche di restituire la sua idea a proposito del mondo. Poiché una parola è un concetto, dipingere le parole significa riabilitarne il senso, come avviene nelle tracce di una canzone, nel frammento di una poesia, in un pezzo di frase, un nome trovati scritti su un muro, lo slogan di una pubblicità, un cartello di indicazione, una griffe, un logo, un adesivo. Fedeli all'idea che la poesia la si può rintracciare in ogni posto.
Oltre che l'arte Bartolomeo Migliore osserva altri campi della comunicazione scritta e verbale e, scegliendo all'interno di questa, crea un proprio stile, una propria e personale sigla. Interessato all'acidità della grafica californiana e soprattutto all'universo musicale indipendente ove da sempre attinge e trasfigura idee per la sua pittura, è in grado di catturare un frammento e di riscriverlo con una simbologia che non perde mai d'immediatezza, allo stesso modo in cui si può ricordare la frase di una poesia o il passaggio di una canzone. Opzione ben più efficace per dire di sé e del proprio modo di essere che non illustrando la realtà semplicemente così come è. Il potere della parola sta nel diventare segno sincretico, fuori dalla logica dei punti cardinali, nell'attraversare le regole del linguaggio convenzionale per appartenere a un più ampio universo globale. Dove non arriva l'arte, il compito è lasciato alla musica, alle culture orali, alla babele di segni che passano nell'overdose quotidiana di immagini cui siamo sottoposti.
In fondo Migliore utilizza le proprie matrici e non dimentica mai le proprie origini. I suoi quadri si snodano per cicli essenzialmente improntati su un'idea. La più recente Sonic Death (My Nigger Soul) ribadisce l'intenzione di ipotizzare una pittura sempre più distante dal quadro oggetto, pronta a invadere lo spazio e definirsi come opera installativa ben più complessa. Prendendo le mosse da tre album -il disco solista di Joey Ramone uscito pochi mesi prima della scomparsa, Dirty dei Sonic Youth, inizio anni '90, con la celebre copertina illustrata da Mike Kelley, il secondo album dei System of Down, autori di una nuova forma di crossover duro e militante- Migliore snoda la sua idea in un intervento tanto spettacolare e incisivo quanto deliberatamente concepito a bassa fedeltà, dalla grana sporca e politicamente atecnologico. Il linguaggio è scuro, giocato sul nero e i toni del grigio e del viola, si ispira allo stile delle fotocopie, dei volantini, della grafica indipendente, quasi a contrastare i fondi monocromi delle tele, acidi e innaturali. Parole d'ordine, slogan, imperativi categorici si trasformano qui in segni senza una logica ben precisa ma restituiscono l'intenzione di un'arte aperta a conflitti.

testo tratto dal catalogo
della mostra di Bartolomeo Migliore alla Galleria Pack,Milano
settembre - ottobre 2002